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Intervista a Giovanni Diffidenti – Fotografia di reportage

marzo 13, 2014 | Posted By: | Pincopalla Blog |

Ecco la prima di una serie di interviste dedicata a fotografi italiani che lavorano in diversi settori del mondo della fotografia. Oggi presento, per chi non lo conoscesse già, Giovanni Diffidenti: fotografo indipendente che ho conosciuto lo scorso anno grazie ad un progetto fotografico di integrazione promosso da Cesvi. Non vi resta che leggere.

Una tua piccola presentazione…chi sei?

Sono un fotografo.

 Quando e in che modo hai sperimentato per la prima volta il mondo della  fotografia?

Tutto è cominciato a Londra.

Per quel che mi ricordo l’interesse è nato nel momento in cui, dovendo cercare lavoro dopo essermi licenziato da un ristorante, volevo evitare di bussare a tutte le porte. Camminando per le strade di Londra mi sono accorto di questa curiosità che c’era dentro di me: guardando persone e fatti che succedevano intorno a me ho pensato che forse la fotografia poteva essere uno dei lavori che potevo fare anche se l’idea non era ancora molto chiara. Partendo da questa riflessione ho pensato che se avessi decido che la fotografia era la mia direzione, avrei potuto selezionare le porte a cui bussare, risparmiandomi tempo e denaro. Perciò la mia esperienza inizia da una necessità e un fattore logistico, pratico. In quel momento compro una macchina fotografica, se non ricordo male una Nikon Fg-20 e comincio a fare i primi scatti.

Abitavo a Pimlico, vicino al fiume, e in un giorno di secca mi sono avventurato nel letto del fiume. Sembrerà una favola…nel letto del fiume trovo un anello d’oro ed essendo un po’ superstizioso decido di non tenerlo con me ma di venderlo. Questo mi permetterà economicamente di proseguire la ricerca del lavoro che avevo iniziato.

Il primo impatto con la fotografia non è stato molto confortevole. Girando per le strade di Covent Garden, zona che negli anno ’80 accoglieva moltissimi studi fotografici, arriva la mia prima offerta di lavoro da parte di un fotografo di still-life.

Questa prima esperienza non risultò molto positiva, le sue idee erano molto diverse dalle mie e dopo un breve persiodo ci siamo divisi. La seconda esperienza è quella che invece mi ha aperto il mondo verso la fotografia. La mia conoscenza della fotografia era pari a zero, nel senso che avevo una macchina fotografica e in testa l’idea romantica di quello che poteva essere il fotogiornalismo, il reportage o la fotografia di guerra ma le idee non erano chiare. Frequentando questa volta la zona di King’s Road sono entrato in un laboratorio gestito da un signore che era nato in Rhodesia, stato che dopo il 1979 prenderà il nome di Zimbabwe. Bianco con stile di vita medio borghese Paul Gatt aveva aperto questo laboratorio che si chiamava “Push One”.

In quel periodo l’italiano aveva ancora un certo fascino: grande lavoratore, affidabile e le classiche cose, spaghetti buoni, paesaggi belli etc etc… Innamoratissimo dell’ Italia Paul decide di assumermi, tra l’altro non parlavo ancora molto bene l’inglese. Scopro successivamente, quando inizio a lavorare, che non era uno studio fotografico ma un laboratorio dove si sviluppavano diapositive. Cosa scopro però? Che questo era uno dei laboratori più importanti d’Europa dove arrivavano i fotografi più affermati del mondo, anche dall’America. Avevo a che fare con Don McCullin, Mario Testino e Snowdon il fotografo ufficiale della Regina, personaggi di un certo calibro anche se il mio lavoro era molto limitato.

Toglievo le diapositive da questa macchina gigante, una specie di seccatoio e non facevo altro che tagliare le diapositive e infilarle nelle buste. In quel periodo mi sono trovato a guardare moltissime immagini: sia che venissero da Beirut in zone di guerra sia che arrivassero dalle Bahamas per un servizio di moda, o fotografie di pubblicità dalla Volvo o dalla BMW.

Tutto il giorno guardando immagini mi sono fatto una certa cultura della fotografia, ed è quando inizio a parlare meglio l’inglese che riesco a scambiare qualche parola con questi grandi fotografi. Da lì si è sviluppata la vera passione e anche un po’ ossessione, ossessione di fare delle belle fotografie s’intende, ma non sapevo ancora cosa volesse dire uscire da quel laboratorio e iniziare a crearsi uno stile proprio. Successivamente lavoro assistente fotografo di persone che ritengo molto valide, tra cui Ken Griffey neozelandese che ha davvero influenzato il mio modo di fotografare e di rapportarmi con le persone. Non riuscivo più a stare nei panni dell’assistente e inizio a prendere delle decisioni.

L’opportunità arriva quando mi è stato offerto di lavorare in un documentario che riguardava il rimpatrio della prima famiglia profuga Cambogiana che allora viveva in Thailandia. Così per 3 mesi ho vissuto in Thailandia avendo a che fare con un campo profughi e con la Cambogia che allora era ancora in guerra. Finito questo lavoro, appena ho avuto la possibilità, mi sono trasferito in Cambogia. Inizia davvero il mio percorso professionale internazionale, da lì passo 2 anni e mezzo in Cambogia, mi sposto in Mozambico, Angola, Afghanistan e Kosovo, nel 2000 dopo 18 anni torno in Italia.

Che tipo di rapporto c’è fra il fotografo e la sua fotografia?

Il motivo per cui io faccio fotografie è molto chiaro. Per me non è una passeggiata.

E’ un modo per dare voce a determinate tematiche, perciò il mio rapporto con la fotografia è molto serio. Spesso l’approccio che ho verso delle persone che io documento è di sdrammatizzazione dove ci riesco. La vita in uno stato di povertà cronica, nonostante ci sia questa tendenza di documentarla negativa e drammaticamente scura, ha sempre le sue sfaccettature molto romantiche e molto legate alla terra e a delle sensazioni vere. Mi piace pensare che se c’è un miglioramento da un punto di vista fotografico, c’è anche dal punto di vista umano.

Quando e come hai capito che il reportage era il campo della fotografia dove avresti voluto dirigere il tuo interesse e la tua crescita come fotografo?

C’è stato una specie di innamoramento verso la Cambogia e quello che stava succedendo in Cambogia. Mi sono trasferito in Cambogia nel ’92 quando il paese era ancora in conflitto con i Khmer Rossi, non era ancora state fatte le prime elezioni democratiche e il paese non aveva ancora trovato un’identità. C’erano diversi tentativi per trovare un equilibrio e per capire come andare avanti, questo offriva tantissime opportunità per me di capire cosa fare. Non significa che quando vai in un paese che è in conflitto devi documentare il conflitto, perché le tematiche sono tante.

La caratteristica che mi ha colpito molto della Cambogia era quella di essere contaminata da mine antiuomo e anticarro e questo ha fatto sì che iniziassi ad interessarmi a questo tema che sto ancora portando avanti arrivando a documentare 18 paesi. Penso di essere uno dei 2 fotografi che ha documentato più a lungo il tema delle mine antiuomo: l’atro fotografo è l’inglese Shean Saturn che lavora per l’organizzazione umanitaria Mag.

Cosa vuol dire fare reportage di guerra oggi?

Premetto che non mi definisco un fotografo di guerra, anche se ho vissuto un anno in Libya ancora quando il paese era in conflitto e ho intrapreso quest’ultima esperienza in Syria. Non sono però quello che insegue il conflitto, che nel momento in cui c’è casino prende e corre, no. Cosa vuol dire fare fotografie di guerra quindi? Rimane sempre una grande sfida capire da che parte stare, perché nel momento in cui c’è un conflitto solitamente sono due gruppi che si fanno guerra. Per quello che posso dire dopo le mie ultime due esperienze sembra che ci sia sempre una parte dove è più facile stare e da dove è più facile raccontare la storia e po’ più difficile dall’altra.

Questo pone infatti delle domande molto importanti, la condizione in cui sei ti porta a sopportare una parte piuttosto che l’altra. Mi piace pensare, dal punto di vista giornalistico, che sto dalla parte del più debole. Se devo confrontare la mia prima esperienza in Cambogia e l’ultima ora in Syria devo dire che si riscontra una diffidenza maggiore rispetto ai reporter. Spesso e volentieri viene caricata un po’ troppo la figura del fotoreporter e magari questa persona non ha nemmeno la giusta credibilità.

Come inizia un percorso fotografico di reportage e quanto può durare il processo che sta tra l’idea/progetto e la sua realizzazione?

Ti posso fare un esempio di un lavoro che sta nascendo, ma che non so ancora se porterò avanti. Tutto è nato da una fotografia banalissima che ho scattato: la fotografia di un palazzo. Guardando questa fotografia e collegandola ad un’esperienza che ho avuto nel passato sono arrivato a fare riflessioni su questo luogo e adesso sto cercando di capire se potrà essere il mio nuovo progetto.

In ogni caso diverso ci si muove in maniera diversa, ora per esempio ho iniziato cercando su internet cosa è stato fatto, ho scoperto che c’è stata un’antropologa che ha fatto un lavoro specifico su questo luogo, mi sono quindi messo in contatto con lei, ho ricevuto 2 tesi di studenti che hanno fatto uno studio specifico su questo luogo, ho già fatto 2 sopralluoghi e solo ora inizio a fare i primi scatti. Questo non vuol dire che diventerà sicuramente un progetto, sto ancora cercando di capire se sarà realizzabile perché non so quanto potrebbe durare. Siccome la situazione in questo luogo è molto dura e visto che la fotografia potrebbe essere una forte denuncia di quello che sta succedendo è difficile quantificare i tempi. In un contesto di illegalità la cosa più importante è capire come verrebbe letta la tua figura, e in secondo luogo l’obiettivo di questo lavoro che può aiutare a decidere come indirizzare le energie. E’ quindi sempre un progetto in evoluzione, variabile fra un lavoro e l’altro.

Nei viaggi che compi, per realizzare i tuoi reportage, sei profondamente a contatto stretto e quotidiano con altre popolazioni, soprattutto che stanno vivendo un particolare momento storico del loro paese, la guerra. Riusciresti a raccontarci un aneddoto che ti porti dietro significativo per descrivere il rapporto fra un fotografo e la popolazione?

La prima persona che mi viene in mente è Daoud che ho conosciuto nel ’99, allora aveva 27 anni. Stava prendendo una scorciatoia per salire su una collina, scivolando ha sbattuto la mano sul terreno attivando una mina. In quel momento perde entrambe le braccia e rimane cieco. Nel 1999 l’Afghanistan era in mano ai talebani, il che rendeva il mio lavoro di fotografo molto difficile.

I talebani avevano una policy molto ristretta rispetto alla fotografia, io però ero uno dei pochi ad aver ricevuto una lettera scritta da loro nel quale si diceva che potevo fotografare una persona mostrando solo le parti amputate ma  mai il viso. Questa lettera è stata per me un grandissimo aiuto, perché avendo conosciuto Daoud volevo raccontare la sua storia rispetto al tema delle mine. Ho passato 4 giorni con lui e la sua famiglia, andavo da loro la mattina e rientravo la sera.

Senza troppe pretese volevo raccontare la sua condizione e stile di vita dopo aver perso le braccia e la vista. Vivendo molte ore insieme si instaura un rapporto molto forte con il soggetto interessato ma anche con la famiglia e tutta la comunità, ed è proprio con queste 3 parti che cerco sempre di lavorare con estrema chiarezza rispetto al mio obiettivo. Un momento chiave per raccontare la storia di Daoud è il momento in cui al mattino la madre leggeva per lui il Corano, anche se si può immaginare che fotografare una donna in Afghanistan non sia semplice. Non è impossibile perché nel momento in cui ho spiegato i motivi del mio desiderio di fotografarla mentre leggeva il Corano, realizzare questa fotografia è risultato fattibile. C’è stato un percorso prima di riuscire a realizzare questa fotografia, non perché ho dovuto mettere in atto un opera di convincimento ma perché era importante che la madre capisse quanto fosse importante non solo la fotografia, ma il fatto che lei tutte le mattine gli leggesse il Corano.

Credo che lui avesse davvero bisogno di avere qualcuno che gli permettesse di aprirsi in un mondo spirituale, ritrovandosi dopo quello che gli era accaduto, in una condizione di assoluta dipendenza dalle persone che intorno dovevano constantemente essere presenti per aiutarlo fisicamente. Questa fotografia va poi ad aggiungersi ad una serie di altre fotografie che ho realizzato per raccontare la storia di Daoud.

Guardando il tuo sito, si nota come i tuoi primi lavori fossero rigorosamente  in bianco e nero…e  solo i più recenti partendo dal 2008/2009 inizi a scattare a colori. Come mai questo cambiamento di stile, se c’è un motivo preciso e quale differenza di espressione provi lavorando a colori e non più in bianco e nero?

Nel momento in cui la fotografia diventa digitale per me è stato un grande sollievo. Un sollievo perché ora, nel momento in cui scatto, non mi devo più preoccupare se usare una pellicola a colori o bianco e nero perciò mi sento molto più libero di decidere cosa può diventare quello che scatto. Inoltre posso decidere in base a quello che sto fotografando di cambiare sensibilità e diaframma e non, viceversa, di essere condizionato dalla sensibilità del rullino che ho nella macchina. Spesso mi sono trovato in situazioni in cui la pellicola mi costringeva a lavorare in un certo modo. Il digitale quindi cambia sicuramente il mio atteggiamento, scattare in bianco e nero era sempre un po’ legato a quel romanticismo che attribuivo al reportage. Come se il reportage dovesse essere per forza bianco e nero anche se devo sottolineare che io mio approccio con la fotografia era con il colore perché nel laboratorio in cui ho lavorato sviluppavo diapositive anche a colori.

Una famosa frase di Robert Capa dice: “Se le vostre fotografie non sono abbastanza buone, significa che non siete abbastanza vicino”…guardando i tuoi progetti fotografici si resta colpiti dalla delicatezza con cui fotografi temi decisamente forti e sembra che la tua forza stia proprio nell’avvicinarti molto alle persone…Mi hanno colpito particolarmente alcune fotografie del progetto a Myanmar nel 2011. Come riesci ad avvicinarti così tanto? Quale è il segreto per riuscire ad ottenere la fiducia delle persone in contesti così particolari e ottenere certi risultati?

Spesso e volentieri succede che il fotografo si porta a casa tutto il credito del risultato finale di un progetto fotografico, ma una fetta di questo credito va data alle persone che ti accompagnano e questo è fondamentale. Se il tuo obiettivo è quello di raccontare almeno una parte della vita di certe persone, ed è più o meno chiaro il destino finale delle fotografie, devi riuscire ad essere chiaro nel comunicare questo messaggio. Se riesci a farlo sei quasi già a metà strada e riuscirai ad ottenere anche dagli altri il giusto atteggiamento. Un approccio rispettoso è l’approccio giusto, mi sembra di non sapere mai troppo della loro cultura e mi sembra di non essere mai troppo cortese nei loro confronti.

Uno sguardo particolare sulla Siria ti sta tenendo molto occupato… Raccontaci un po’ come sta andando questo lavoro, da quanto tempo lavori e come è lavorare in Siria oggi.

Ho iniziato ad interessarmi della Syria agli inizi del 2013 conoscendo 2 persone nate in Italia da genitori siriani. Stavo facendo un altro lavoro che mi ha portato ad una riunione dei giovani musulmani, che si ritrovano a Bergamo. Decido di approfondire con loro il tema e tramite questi 2 giovani conosco 2 volontari: uno dei loro obiettivi è quello di raccogliere fondi per comprare delle ambulanze di seconda mano e per farle entrare poi in Syria.

Il mio primo tentativo di entrare in Syria è stato viaggiando su una di queste ambulanze dall’Italia alla Turchia. Dopo essere riuscito a passare illegalmente il confine Turco, i contatti di questa associazione ci hanno comunicato però che la mia presenza avrebbe potuto compromettere l’arrivo a destinazione delle ambulanze. Decido quindi che la priorità non erano le mie fotografie ma che quelle ambulanze completassero la loro missione: far arrivare materiale medico, sanitario etc al loro destino senza problemi.

In quel momento comincio a capire la gravità della situazione che c’è in Syria e le difficoltà che potevo incontrare per entrarci. E’ un percorso che non è ancora finito, e non so quando finirà. Ogni giorno infatti conosco persone siriane che vivono in Italia, in Syria o in altre parti del mondo e le notizie che mi arrivano da loro o da altri…quasi non riesco a descriverle. Ogni giorno, tra canali web e notizie, ricevo immagini e filmati orribili, quasi indescrivibili. Quello che sta succedendo in Syria va oltre l’immaginazione di tutti e forse prima non riuscivo ad immaginare che la perversione dell’ uomo potesse arrivare a tanto, nel vero senso della parola.

Ogni giorno per un mese, ho pubblicato sui miei profili web/facebook le fotografie che ho realizzato in Syria, libere e quindi utilizzabili da tutti senza ricavarne un profitto. Ora mi trovo a dover smettere di pubblicare questi lavori anche se non si è trattato di mesi di lavoro ma soltanto di pochi giorni, compromettendo quello che potrebbe essere il business della fotografia, proprio per la criticità della situazione che ora c’è in Syria. La tematica della Syria mi sta coinvolgendo davvero, ci sono stato in 5 diversi tempi anche se l’esperienza più forte è stata nello scorso agosto/settembre. Ho passato 14 giorni consecutivi della zona di Sracc, città a sud-ovest di Aleppo. Di questi, 12 giorni li abbiamo vissuti sotto bombardamenti, e non tutti i giorni potevo fotografare, giusto per dare l’idea di quanto possa essere pericoloso lavorare in Syria. Aggregarsi alle persone giuste è poi l’altro elemento fondamentale.

Un giorno, di questi 14, ho avuto l’opportunità di parlare con il comandante del gruppo di persone con cui stavo che mi dice: “Noi non riusciamo a capire come mai sei qua…perché noi non riusciamo a proteggerti”. In situazioni del genere riesci a malapena a capire cosa succede nei pochi metri intorno a te, quindi fai davvero fatica ad avere un’idea generale del paese, se non leggendo da altri. Facendo parte di diversi gruppi che si occupano della Syria ho conosciuto diverse persone che ci erano già e devo riconoscere infatti che nessuna di loro mi ha mai detto “Entra”. Il problema che preoccupa la maggior parte delle persone, non sono i bombardamenti, ma i rapimenti. C’è infatti un numero imprecisato di persone che non si sa dove siano.

Cosa vuol dire rientrare in Italia, nell’Italia di oggi…dopo un viaggio in Siria?

Ma sai…magari passi una giornata dentro un campo di sfollati in condizioni così precarie e delicate come il non avere acqua e cibo per diversi giorni, o non avere nessun tipo di sicurezza e il giorno dopo rientri in Italia.

Credo che sia troppo difficile fare un confronto, e mi è difficile non pensare alla Syria, è un pensiero costante infatti appena le condizioni migliorano vorrei tornarci.

La cosa che si può dire è che sicuramente la Syria fa molta fatica ad emergere nelle notizie quotidiane di televisione e radio, nonostante io ogni giorno riceva immagini e filmati disponibili per tutti in rete i media italiani non ne parlano. E capisco anche che non sia facile e che non sia troppo produttivo, visto che la cosa va avanti da molto tempo, trasmettere delle cose così tragiche. Nel mio piccolo so che fino ad ora, di tutte le proposte che ha fatto rispetto al tema della Syria, qui in Italia non ne è mai stata accettata nessuna. Ho un rapporto di collaborazione con le Nazioni Unite e parte del materiale che produco è destinato a loro per far conoscere la realtà dei bambini lavoratori, il progetto che sto portando avanti in Syria.

Non si riesce a fare un paragone: la Syria è come entrare in una stanza dove è tutto rotto…da dove cominci? Anche dal punto di vista fotografico. Ho deciso di documentare questo problema che diversi bambini stanno vivendo, bambini che si trovano già da 2 o 3 anni a lavorare per pochi centesimi in condizioni difficili, e ho deciso che è giusto portarlo avanti. Spero di tornarci presto.

La situazione più difficile che hai vissuto

La prima volta che sono entrato in Lybia.

Una volta attraversato il confine dall’ Egitto mi sono ritrovato in un luogo solo e senza conoscere la lingua. Un signore si era offerto di portarmi a Bengasi, che era il mio obiettivo, però questo signore ad un certo punto sparisce. Mi sono trovato io, con i miei bagagli e la mia macchina fotografica, seduto alla reception di questo hotel e stava facendo tardi.

Ho vissuto un’ora di (quasi) panico, perché nessuno sapeva dove ero ed ero solo. Per riuscire a contenere il panico, mi sono ritrovato a dover scrivere i miei sentimenti. Racconto questo perché…

Dopo più di 20 anni di lavoro uno pensa di avere un bagaglio di esperienze che gli ha insegnato cosa si fa in certe situazioni e cosa no. Dalle esperienze e dagli errori fatti in passato bisognerebbe imparare…

a volte però per arrivare a fare certe fotografie, ti spingi oltre e dimentichi cosa hai imparato dalla tua esperienza e aggiungo che riuscire a lavorare in un contesto difficile oggi non significa riuscire sicuramente a lavorare in un diverso contesto senza problemi.

La prima fotografia che ti viene in mene, tua o di altri.

Mi viene in mente questa fotografia che ho qui davanti esposta in studio.

E’ una fotografia che ho fatto in Cambogia e sono delle protesi costruite da contadini usando materiali come copertone di macchine, pezzi di albero, lamiere trovate nelle discariche oppure arnesi di lavoro riciclati.

Si parla del ‘92/93 ed è una fotografia che ha fatto parte di una mostra che ha fatto molto parlare a Bangkok. Questa mostra è stata realizzata in uno dei centri commerciali più importanti di Bangkok con Laura Morelli, presidente dell’ associazione culturale “Di + Onlus” che si occupa di progetti artistici combinando arte contemporanea e fotogiornalismo.

Abbiamo trattato il tema delle mine antiuomo esponendo 10 gigantografie in bianco e nero, ogni gigantografia rappresentava un paese che io ho documentato negli anni e quello che ha stupito è stato l’inserimento di una sedia robotica, che Laura Morelli ha ideato con Riccardo Cassini che è docente dell’ Università di Brescia. Le fotografie erano sospese nell’aria e questa sedia, con il movimento delle gambe anteriori camminava nell’area espositiva.

Se dovessi dare un consiglio ad un giovane fotografo, che vuole intraprendere la tua carriera…

Che intraprenda la sua. Perché non ci sono due carriere che si assomigliano, ognuno deve trovare la sua strada.

Si può passare tutto il giorno guardando le fotografie degli altri, ma la più grande soddisfazione è quella di riuscire a fare una fotografia che piace a te. Questo non è facile…

E se mi posso permettere un consiglio…mi piace pensare che la mia fotografia sia utile in qualche modo. Non voglio cadere nella retorica ma documentare e raccontare come vive una determinata persona a qualcun altro è sensibilizzare rispetto ad alcune tematiche.

 

Giovanni Diffidenti è nato a Bergamo nel 1961.

Giovanni Diffidenti è fotografo indipendente.

Links:

http://www.giovannidiffidenti.com/

http://www.internazionale.it/portfolio/gli-eredi-delle-mine/ 

https://www.facebook.com/media/set/?set=a.10150291692020679.340218.274292335678 

http://www.flickr.com/photos/danishrefugeecouncil/sets/72157627067760651/detail/  

www.associazionedipiu.org

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